di EMANUELA NALDI
«E' VERO, ho aggiunto alla cartella clinica la prescrizione dei farmaci anticoagulanti dopo la morte di Daniela Lanzoni ma l'ho fatto nella convinzione che il farmaco in questione fosse stato effettivamente somministrato». L'urologo Giuseppe Corrado, a 48 ore dal suo arresto, ha ammesso nell'interrogatorio di garanzia davanti al gip Andrea Scarpa di essere intervenuto sulla cartella clinica della donna morta dopo l'intervento di asportazione di un rene sano conseguenza di una errato scambio di tac, inserendo, a due giorni dall'operazione chirurgica, quella dicitura «Clexane 4000 con inizio prescrizione alle ore 18 del 25 settembre 2007» che gli infermieri in servizio in quei giorni affermano di non aver mai somministrato.
Un'ammissione, quello del falso materiale sui documenti della clinica, che ha convinto il giudice e lo stesso pm Francesco Caleca che ha dato parere favorevole, a sostituire per Giuseppe Corrado la misura degli arresti domiciliari con quella dell'interdizione all'esercizio del pubblico ufficio di medico ospedaliero o di ogni altro struttura pubblica per due mesi.
LE ACCUSE però (oltre al concorso nell'omicidio colposo della 54enne bolognese) quelle di falso ideologico e falso materiale, restano. Nell'interrogatorio davanti al gip, durato poco meno di due ore, il dottor Corrado ha anche ammesso la responsabilità dell'altra 'correzione', quella effettuata materialmente dall'infermiera per questo finita sotto indagine, sul diario infermieristico e riguardante le condizioni di salute di Daniela Lanzoni la sera precedente il suo decesso. «Subito dopo la morte della Lanzoni - è infatti scritto nell'ordinanza di applicazione degli arresti domiciliari - il dottor Corrado si era fatto consegnare la cartella clinica e presa visione del 'diario infermieristico' aveva bruscamente imposto (secondo quanto raccontato dalla stessa infermiera ndr) di modificare quanto da lei annotato in corrispondenza delle ore 21 del precedente giorno 26 settembre 2007 per descrivere le condizioni della paziente in quella fase del decorso postoperatorio, sostituendo il termine 'dispnoico' con il termine 'agitata'».
UN'INDICAZIONE data, secondo quanto ha spiegato lo stesso medico, perché quello era il termine giusto per descrivere la condizione della donna che lui stesso aveva visitato in quella circostanza. 'Medico di reparto' in servizio proprio dal 24 al 27 settembre scorso (la donna operata il 25, morirà il 27 settembre) il dottor Corrado ha poi spiegato che la convinzione dell'effettuata somministrazione degli anticoagulanti alla paziente (tale da spingerlo poi a 'regolarizzare da un punto di vista amministrativo la cartella') era dovuta al fatto che quel farmaco, il Clexane 4000 viene iniettato praticamente di routine. Una terapia prevista da uno specifico protocollo terapeutico dell'Unità di Urologia che di regola però viene prescritta in cartella clinica come era stato fatto, in questo specifico caso, per gli antibiotici e gli antidolorifici prescritti alla donna. Quanto alle telefonate e ai colloqui successivi tra il dottore al quale sono stati revocati i domiciliari e altri infermieri del reparto di Urologia, cinque donne e un uomo, che hanno riferito ai carabinieri del Nas di aver ricevuto pressioni dal medico nel tentativo di non veder smentita la sua versione, l'urologo ha invece negato la presenza di minacce. «Si è trattato solo - ha spiegato al gip - di colloqui e telefonate effettuate per accertare come realmente erano andate le cose e cioè se gli anticoagulanti erano stato o meno somministrati».
«IL DOTTOR CORRADO ha fornito spiegazioni del proprio operato e motivazioni della propria condotta - è stato il commento dei difensori dell'urologo 'sotto accusa', avvocati Aldo Meyer e Pietro Giampaolo - esaurienti che hanno evidentemente convinto giudice e magistrato». In conclusione, secondo i legali, da parte del loro assistito «non ci sarebbe stato alcun atteggiamento violento e prevaricatorio» e il suo comportamento non è comunque stato «motivato da esigenze di natura illecita. Quello che ha fatto, se può essere valutato da qualcuno come 'errato', è stato fatto in assoluta buonafede». E su un punto Meyer e Giampaolo insistono: «Non ci sono riscontri - dicono - sul fatto che la sera prima del decesso la paziente si sia sentita male».